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Arte e cultura | L'Orientale Magazine

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15. 05. 2010| Arte e cultura

L’età barbarica

Il film di Denys Arcand proiettato al Festival Autour du Québec che si tiene ogni mercoledì a Via Duomo.

“Le figure immaginarie hanno più spessore e verità di quelle reali. Il mio mondo immaginario è stato sempre per me l’unico mondo vero. Non ho mai avuto amori così reali, così pieni di verve, di sangue e di vita come l’amore vissuto con figure uscite da me stesso”. Sono le parole di Bernardo Soares che, chiuso nella sua immobilità, guarda il movimento della vita che scorre dalla finestra di Rua dos Douradores a Lisbona. Se su un asse cartesiano si indicassero i diversi gradi di mobilità in letteratura, Soares si troverebbe all’estrema sinistra, al meno infinito; sul limite destro, invece, ci sarebbero i personaggi di Bruce Chatwin. In mezzo, un’infinità di figure in cerca di un equilibrio. Jean Marc Leblanc, il protagonista del film L’age des tenebres, non ha mai trovato l’equilibrio, ponendosi perciò accanto a Soares. Compagni di cella, si potrebbe dire.
Una cella i cui muri sono le tenebre in cui è costretto a vivere e che prendono le forme più disparate: la realtà grigia di un ufficio da funzionario statale, il traffico sulla strada per tornare a casa, la voce di una moglie in carriera costantemente impegnata al telefono e l’indifferenza di una figlia che ha sempre gli auricolari nelle orecchie. L’unico modo per evadere da questa prigione, come per Soares, è la fantasia e Jean Marc la usa per costruirsi un mondo parallelo, fatto soprattutto di successo e di belle donne immediatamente disponibili a ogni suo volere. Ma coltivare questo atteggiamento significherebbe vivere una vita inautentica; e Leblanc dopo la morte della madre, evento che lo riporta alla realtà, decide di allontanarsi dalla mediocrità del mondo che lo circonda e ritirarsi, come un novello Thoreau, in una natura incontaminata dove finalmente ritrova la comunicabilità degli altri.
 

Autore: Aniello Fioccola

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